PERCHE’ NON SEI MIA MADRE…?

Questo articolo è l’altra faccia della medaglia rispetto al mio post ‘Quando i/le Pazienti mettono il sale sulle nostre ferite’. Qui vi parlo di quelle volte in cui le Persone ci dicono cose come: ‘non potevi essere tu mia madre?’, oppure ‘perché non ti ho conosciuto come amica? avrei avuto tanto bisogno di un’amica come te!’, o anche ‘tu sì che mi capisci, mia moglie proprio non riesce!’…Insomma tutte quelle volte in cui il/la Paziente, creando con noi una bella Relazione, una buona Alleanza Terapeutica, si spinge fino a desiderare che possiamo appartenere alla sua vita-fuori-dalla-seduta, o addirittura a crucciarsi del fatto che ci ha incontrato nel nostro ruolo di psycho e non in altra veste.

Ovvio che ‘complimenti’ del genere sono attestati di stima che nutrono il nostro ego di psycho, ma come dobbiamo diventare abili a non ‘prendere sul personale’ contenuti spiacevoli che il/la Paziente può ‘buttarci addosso’ per sue modalità disfunzionali, così dobbiamo allenarci a non …diciamo …’gasarci troppo’… per affermazioni che possono essere miele per orsi (dove gli orsi siamo noi psycho, se non si era capito). E ancora una volta, strumenti principe per questo (ormai lo potete dire in coro, a forza di averlo letto nei miei post precedenti) sono: la nostra terapia personale, la supervisione, l’intervisione.

La nostra consapevolezza (mai come valore acquisito, ma come lavoro continuo) protegge noi stess* e i/le nostr* Pazienti da quel controtransfert non riconosciuto, o male utilizzato (vedi anche questo mio post).

Se da psycho sono cresciut* con adulti di riferimento che hanno pompato il mio ego facendomi sempre sentire prima il/la bambino/a migliore del mondo, poi il/la ragazzo/a migliore sulla terra, e così via crescendo, devo avere chiaro quanto e cosa rischio nella gestione dei percorsi terapeutici, in particolare con Pazienti che non si sprecano nel farmi sapere quanto sono felici di avermi trovato: potrei rischiare, ad esempio, di lavorare efficacemente – o di pensare di lavorare efficacemente – solo quando i/le Pazienti esplicitano feedback positivi su di me (cosa che non per forza fanno tutt* i/le Pazienti, anche se si stanno trovando benissimo con noi); oppure posso rischiare di sentire troppo forti le aspettative di quella Persona che sto aiutando, perdendo un po’ di lucidità; o anche posso entrare in una modalità seduttiva/accondiscendente per continuare a ‘piacere’ al/alla mio/mia Paziente, a ‘conquistarl*’, magari smarrendo un po’ di autorevolezza del ruolo.

Se da psycho sono cresciut* con genitori giudicanti e svalutanti, devo avere chiaro quanto e cosa rischio, in particolare con Pazienti così ‘complimentosi’: (sempre se non mi sono affrancat* dalle reazioni automatiche alle mie ferite – vedi ancora questo post – grazie alla mia terapia personale e alla supervisione) potrei ad esempio tendere ad essere diffidente, a non riuscire ad entrare abbastanza in empatia; oppure potrei sentirmi soffocare da tanto zucchero; o chissà poi cos’altro ancora.

Messaggio fondamentale che vorrei passasse: il Legame Buono che si crea con ogni nostr* Paziente non si crea solo con il me-psycho, tutt’altro! E’ una Relazione verace, autentica, sana, proprio con me-psycho in quanto Persona, con le mie caratteristiche peculiari, i miei modi, il mio stile. E io psycho sento un Affetto per il/la Paziente, proprio perché è lui o lei, con le sue caratteristiche, il suo essere unic*, speciale! Il fatto che il mio ruolo di psycho sia motivo della Relazione, sia strumento della Relazione, sia garante della Relazione Terapeutica, non significa che non sia reale la nostra Relazione Umana, il Legame che si crea (che talvolta peraltro è il primo Legame sano che la Persona può sperimentare nella sua vita). Anzi! Tuttavia devo, da psycho, avere sempre chiaro che il limite di questa Relazione è anche il suo primario punto di forza: si costruisce, si mantiene, si nutre dell’Incontro-in-seduta, dove noi-psycho-siamo-per-il/la-Paziente, non per noi! Dove noi psycho siamo nella Responsabilità di far funzionare le cose perché la Relazione di cura è a-simmetrica (leggi anche qui). Dove noi psycho siamo i migliori ‘genitori’ possibili per i/le nostr* Pazienti, mentre non siamo, non possiamo, e non dobbiamo essere, genitori … diciamo al massimo della forma, sempre … per i nostri figli e figlie ver*.

Alla mia giovane Paziente che, ancora molto addolorata per la sua storia di figlia, mi ripete spesso: ‘non potevi essere tu mia madre?’, le dico, tra il serio e il faceto: ‘se parlassi coi miei figli, cambieresti idea, fidati!’. E questo non perché io finga di essere chi non sono in seduta, e sia invece terribile a casa, ma semplicemente a casa ho tanti altri ruoli e posso anche, per fortuna, deconcentrarmi qua e là, da quell’attenzione che in seduta mi richiede di scegliere sempre le parole, i modi, i tempi. Nemmeno in seduta, sono psycho perfett*, dunque possono sfuggirmi parole, modi, tempi, inadeguati, ma l’obiettivo da perseguire è che ciò non accada e che, quando accade, ne siamo tempestivamente consapevoli per rimediare. La seduta ha un suo tempo concentrato e intenso in cui tutto accade e in cui la Relazione si muove, la Relazione Terapeutica manca della quotidianità, manca del ‘per sempre’: già solo per questo, preponderante deve essere l’obiettivo di massima attenzione all’Incontro, che sia, ogni volta, il migliore possibile, che io psycho sia, ogni volta, il/la migliore possibile.

E quindi, in questo senso, forse sì, possiamo dire che è con i/le Pazienti che noi psycho siamo nella versione migliore di noi.

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