METTIAMO IN CONTO FASI DI DOWN NEL PERCORSO TERAPEUTICO…

Non potrà un post essere esaustivo dei mille motivi, soggettivi, per cui arriveranno fasi down in un percorso terapeutico. Come sempre, vi racconterò qualcosa che accade a qualcun*, anche se a qualcun altr* accadranno cose diverse.

Le Persone, a volte, durante il percorso terapeutico, vanno incontro a fasi depressive di sfiducia e frustrazione. Ad esempio ciò può accadere a Persone molto abituate a contare sulle proprie forze, ad assumersi carichi e responsabilità, non sempre così consapevoli di quanto peso sostengano da sole. Nello scorrere del percorso terapeutico, venendo sempre più in contatto con se stess*, e con i propri bisogni profondi, il/la Paziente ri-contatta, e sente, la sofferenza che era ormai nascosta da tempo (ma che chiaramente in qualche modo si palesava: in forma di ansia, di panico, di somatizzazione, di rabbia, o altro, tanto da portare alla richiesta di aiuto), perché ora, all’interno della Relazione terapeutica, questa sofferenza può farsi vedere senza artifici. Questo è un passaggio doloroso. E’ doloroso trovarsi a cospetto della propria solitudine. Non per forza solitudine reale, ma certamente – ora – solitudine percepita. Se, da tanto tempo, faccio da me e faccio io per l’Altr*, e ora inizio ad accorgermi che funziono così, probabilmente inizio anche a vedere che l’Altr* ha lasciato sempre fare a me e si è appoggiat* su di me, sulle mie capacità di tenere. Questa consapevolezza nuova, ora, può farmi sentire sol*, immensamente sol*, più sol* che mai. Il lavoro terapeutico sarà fondamentale per farmi scoprire le possibilità della fragilità e della reciprocità: non devo più essere sempre l’unic* a reggere i miei pesi e quelli delle persone che amo; posso iniziare a lasciare che l’Altr* tenga un po’ dei miei pesi, mi sostenga, mi alleggerisca un pochino. Non so farlo, ma in terapia posso iniziare ad impararlo. E intanto che apprendo, può però succedere che io mi senta ancora più sol* di prima, di quando non riconoscevo queste dinamiche, perché 1) ormai che l’ho capito, sono impaziente e vorrei che magicamente tutto cambiasse, 2) altamente probabile mi sia circondat* di persone più abituate ad appoggiarsi a me che a sostenermi, quindi ora anche loro hanno bisogno di imparare a fare diversamente; ma se è dura per noi capire e cambiare con l’accompagnamento dello/a psycho, figurarsi quanto è difficile per loro capire e cambiare modalità, se nemmeno ce l’hanno uno/una psycho che li/le guidi! Imparando noi, coi nostri tempi, a esprimere cosa sentiamo, a segnalare di cosa abbiamo bisogno, a chiedere all’Altr* che faccia qualcosa per noi, non solo attiveremo il cambiamento in noi, ma anche nelle nostre Relazioni importanti, in chi tiene a restarci vicino, seppur con modalità nuove, seppur affrontando difficoltà e superando ostacoli che, una volta valicati, ci faranno crescere come individui e saranno valore aggiunto per la Relazione.

N.B. Mi sto riferendo – quando parlo di scoperta necessaria della reciprocità – a Relazioni paritetiche (relazioni tra partner, amicali, anche tra collegh*) dove non debba essere salvaguardata una a-simmetria (vedi mio post in proposito).

Con un mio Paziente che, quando aveva sedici anni, aveva dovuto lasciare gli studi e iniziare a lavorare, per occuparsi della madre, del fratello e della sorella minori, a seguito della prematura morte del padre, facemmo un bellissimo percorso, alla ricerca delle tracce che quella rivoluzione nella sua vita aveva lasciato, dato che si trattava di ferite più profonde di quanto credesse. Diceva, sin dalla prima seduta: ‘dottoressa, sono passati tantissimi anni, non mi ricordo nemmeno più, me ne sono fatto una ragione, poi non è che ci tenessi così tanto a studiare…’. Queste parole lasciano intravedere la pragmaticità della Persona, grande risorsa, che era stata utilissima di certo; sono parole che raccontano di un uomo temprato dal fare, che non spreca energie a lamentarsi, che dà per scontato che, risolto il problema sopravvivenza, non ci fossero altri problemi con cui fare i conti. E infatti proprio non si spiegava i suoi mal di testa fotonici, per cui era stato da fior fiore di luminari, che lo avevano rivoltato come un calzino, senza riuscire a risolvere questo sintomo così fastidioso, in certi periodi persino invalidante. Qualche specialista, tra questi medici consultati, gli consigliò di ‘provare con la psicologia’ (espressione che mi fa …diciamo… sorridere… e su cui dovremmo aprire ben altre parentesi, ma non qui) e lui si fidò, per cui arrivò da me. Ricordo che, durante le prime sedute, mi diceva: ‘dottoressa, non so come può aiutarmi, però mi rendo conto che il tempo e gli sforzi che mi dedica lei per cercare di capire dove sia il problema, non me li ha dedicati nessuno mai, in vita mia’. Peccato non poter dilungarmi nella condivisione di questa storia, ripenso davvero con piacere alla simpatia e alla genuinità di Alberto (nome di fantasia). Qui vorrei solo porre l’accento sul potere della consapevolezza, che di per sé avviò in Alberto il cambiamento: man mano che si ricordava delle paure devastanti di non farcela, che avevano abitato i suoi sonni, con incubi e angosce, per anni dopo la morte di suo padre, realizzava quanto avesse sofferto, senza dirlo mai. Si rendeva ora conto di quanto avesse faticato per sostenere e proteggere i suoi familiari, non solo fisicamente, andando a fare il muratore quando era un ragazzetto timido ed esile, ‘senza muscoli’ – diceva lui; ma finalmente comprendeva quanto la fatica fosse stata anche interiore, emotiva; cominciò a dire: ‘non avevo mai allenato nemmeno i muscoli delle emozioni, adesso sto facendo una bella palestra con lei, eh!’. I colloqui con Alberto erano costellati di battute, perché lui sdrammatizzava sempre tutto; ci fu però un periodo in cui, nonostante le battute, Alberto era più triste, anche arrabbiato, ma soprattutto triste, era il periodo in cui cominciò ad aprirsi parlando di più del suo presente. Adesso che Alberto iniziava a vedere quanto, da anni, molti si fossero adagiati su di lui, anche approfittandosi (perché lui lasciava fare), mi raccontò che il fratello e la sorella ancora venivano largamente aiutati da lui, nonostante fossero adulti e avessero messo su famiglia; Alberto non riusciva nemmeno a ipotizzare di trovare un modo per interrompere questa dinamica, era così da sempre e non poteva cambiare; ora però questo gli muoveva rabbia, tristezza e frustrazione, tutte emozioni che prima seppelliva dentro di sé, poi iniziò pian piano a ritrovarle, in seduta, ma solo accettandole come appartenenti al passato; poi si accorse di sentirle anche nel presente, perché certe dinamiche erano tutt’altro che risolte; ora c’era bisogno di fare altri passaggi: accogliere queste emozioni come lecite anche nel presente, anche verso le persone a lui più care, e utilizzare queste emozioni spiacevoli, ma lecite, per agire un cambiamento, nella direzione del proprio benessere, in ogni caso contro nessuno. Alleggerirsi di sacrifici che continuava a fare, per Alberto poteva significare sentirsi libero di andare in pensione, smettere di lavorare solo per garantire aiuti economici importanti a fratello e sorella. Aveva voglia di fare il pensionato, il nonno, il marito a tempo pieno, si rendeva sempre più conto anche dei suoi desideri. Fu così che un giorno decise, e comunicò ai familiari che sarebbe andato in pensione (avrebbe potuto farlo già 5 anni prima). La cosa che più lo stupì fu la festa che gli fecero, tutti approvarono e a nessuno sembrò di subire un torto. Alberto si sentiva libero, leggero e felice, finalmente … e questo durò almeno per un mese o due. Poi accadde che fratello e sorella gli segnalarono di aver bisogno ancora del suo aiuto regolare perché per loro era venuta meno una fonte importante di entrate. Alberto, spiazzato, stupì prima di tutto se stesso: rispose loro di non poter dargli più una mano, almeno non come prima, e – udite udite – non si sentì in colpa o a disagio; propose loro di vendere o dare in affitto alcune proprietà comuni che non utilizzavano, ma i fratelli rifiutarono, quindi ebbe conferma di quanto il loro, più che un bisogno reale di aiuto, fosse ‘un vizio’ (lo chiamò proprio così) e si sentì sollevato. Per qualche settimana si trattò di un sollievo un po’ amaro, a dir il vero, perché i familiari gli tennero il muso; poi avvenne che la sorella lo chiamò e si scusò, gli disse di aver capito (parlando dell’accaduto con la loro madre) quanto avessero sempre dato per scontato il suo supporto e i suoi sacrifici, lo ringraziò anche da parte dell’altro fratello e delle loro famiglie; poi, giorno dopo giorno, i rapporti ripresero, non come prima, ma meglio di prima. E andarono a sfumare, fino a sparire – cosa su cui lui, per primo, non avrebbe mai scommesso – anche i famigerati mal di testa di Alberto.

Devo dire che ho scelto di raccontarvi il caso di Alberto sia perché si presta molto bene a descrivere i motivi delle fasi down della terapia, sia perché la sua storia ha davvero un lieto fine. Non capita sempre qualcosa stile ‘e vissero tutti felici e contenti’. Intendo che non sempre le persone attorno a noi accettano il nostro cambiamento e trovano insieme a noi un nuovo equilibrio, migliore del precedente. Se però il nostro cambiamento avviene per dar seguito alle nostre consapevolezze, ai nostri bisogni e desideri, e – ribadisco – in fondo senza poi far male a nessuno, allora quando accade che l’Altr* non si riconnetta a noi, in una Relazione rinnovata e più salutare… beh…in prospettiva, ci renderemo conto che sarà stato meglio perderl*, questo Altr*, perché, evidentemente, era nella relazione con noi per interessi egoistici. Farà male…ma fa più male restarci, in certe situazioni. Fidatevi della psycho ; – )

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