E SE IL/LA PAZIENTE MI MENTE?

Questo è da sempre un tema spinoso per noi psycho, quando ci si confronta tra collegh* capita anche di infervorarsi e discutere animatamente. Beh… il confronto e lo scambio sono sempre entusiasmanti, ben vengano, se vitali e rispettosi.

Porto qui il mio pensiero mutuato dall’esperienza clinica. La Persona che chiede il nostro aiuto, se non è sincera, bara al solitario, cioè fa qualcosa che è quantomeno inutile. Ok, questa può essere una posizione chiara e precisa, condivisibile e sensata. Ciò non toglie che dobbiamo chiederci perché la Persona ‘bara’, ma soprattutto come possiamo aiutarla, se stiamo parlando di un contesto clinico di aiuto.

Se questa situazione si presenta in altri contesti, come la selezione del personale, o la valutazione di competenze, ad esempio, chiaro che la bugia ha altri significati e che ne facciamo altri utilizzi (su cui in questo post non mi soffermo).

Restando nella trattazione del contesto clinico, in cui è la Persona a chiedere l’aiuto, ma è la Persona stessa a mentire, intanto dico una cosa molto semplice: a volte, possiamo avere …come dire? … la sensazione che il/la Paziente ci dica bugie, per più motivi (compreso il nostro contro-transfert, da non sottovalutare mai), ma io vorrei riferirmi qui proprio alle volte in cui abbiamo certezza che il/la Paziente ci menta. Sono – devo dire – situazioni che si presentano molto raramente, ma sono riconoscibilissime.

Ad esempio, anni fa, seguivo una signora che mi parlava abbastanza spesso del suo cane: gli voleva un gran bene, impiegava per lui tempo ed energie, lo faceva volentieri, ma era anche molto affaticata dalla quotidianità della gestione di casa, lavoro, ecc. A volte mi parlava del cane come se appartenesse al passato, quindi come se il cane fosse morto da tempo; altre volte mi raccontava la passeggiata sul lungofiume del giorno prima, o mi parlava della preoccupazione per la visita dal veterinario. Le prime volte, mi sono trovata disorientata, ho pensato di non aver capito bene nelle sedute precedenti che il cane non ci fosse più, poi ho pensato che mi parlasse di un altro cane, che aveva avuto prima di quello, poi ho pensato che i cani si fossero susseguiti, identici e stesso nome …fatto sta che, in qualsiasi modo provassi a spiegarmela, c’era un continuo contrasto di informazioni per cui le cose non mi tornavano. E – attenzione attenzione – non si trattava di una persona con disturbi psichiatrici, era una donna sana, con molte risorse, una vita piena (troppo, in realtà) che veniva da me per tendenze depressive e problemi di ansia generalizzata e, come ripeteva spesso, perché non si sentiva ‘capita mai abbastanza da nessuno’ nelle sue fatiche, se non da me, in seduta. Mi interrogai più volte (anche insieme al mio supervisore) se farle domanda diretta del tipo ‘insomma il suo cane è vivo o no?’. Fu proprio il mio supervisore dell’epoca a fermarmi, mi spiegò una cosa importantissima che è quella che voglio cercare di trasmettere in questo post: le Persone ci chiedono aiuto perché non sanno (più) come aiutarsi da sole o come farsi aiutare da chi le ama; nella loro richiesta è sempre compresa anche la loro propria modalità, ormai caratteristica, di chiedere aiuto e, ancor più in generale, di approcciarsi alle relazioni, e di raccontarsi; noi possiamo accompagnarle con cura e gentilezza verso nuovi modi di vedersi, di raccontarsi, di approcciarsi all’Altr* e di chiedere aiuto, ma è un punto di arrivo, non il punto di partenza. La mia Paziente (che ricordo con tenerezza e affetto), aveva come modalità caratteristica per parlare di sé, questa: dichiarava tutte le sue fatiche, le sue stanchezze, le sue preoccupazioni; solo verso fine percorso, dopo molti mesi, iniziò a considerare la possibilità di parlare liberamente delle sue soddisfazioni, delle sue gioie, dei suoi desideri, senza inserirli in mezzo ai suoi affanni. Fu essenziale per me, per poterla poi aiutare, comprendere quanto questa donna non potesse concedersi di prendere spazio ‘per essere un pochino ascoltata’, se non giustificandolo col proprio malessere: era cresciuta da sola con sua madre, la quale doveva fare più lavori per tirare avanti; una frase che la mamma le ripeteva spesso era ‘ho da fare tesoro, scusami se non ho tempo per te, ma se proprio proprio hai bisogno di me, dimmelo che almeno posso fermarmi ad ascoltarti un pochino’. Si volevano molto bene lei e sua madre, si erano sostenute a vicenda, da sempre, a modo loro, discreto, il modo di chi cerca di non intralciare e non appesantire, capendo quanto l’Altr* abbia già tanti grattacapi, a modo loro, disfunzionale, il modo di chi si sente tanto solo e resiste, resiste, resiste, convincendosi di poter cercare l’Altr*, solo se davvero sta così male da non farcela più a tenersi tutto dentro e ad arrangiarsi. Questa donna, sin da bambina, aveva dovuto chiedere vicinanza e ascolto traducendo il suo lecitissimo bisogno di conforto e condivisione in elenchi di fatiche fatte, e da fare; se non elencava stanchezze e preoccupazioni, non aveva motivi validi per elemosinare briciole di contatto e comprensione; infatti cercava in continuazione, da sempre, motivi validi, ma a lei stessa non sembravano mai sufficienti. Era venuta su così, e per lei era naturale aggiungere voci su voci all’elenco delle sue incombenze, che snocciolava a chi le prestava un po’ di attenzione – affanni come gettoni per acquistare un nuovo minuto di telefonata (questa metafora forse è solo per i meno giovani, pardon) – elenchi di afflizioni che uscivano dalla sua voce con tale naturalezza che non contava che fossero reali e presenti, o reali e passate, o reali e future. Per lei erano reali e basta, e in effetti lo erano, erano affanni eterni, senza tempo, senza fine, che dovevano anzi restare per sempre…o come avrebbe potuto chiedere, senza quelli, ‘quel pochino di ascolto’ per sé? Non mi dilungo nel racconto del percorso con questa mia Paziente perché penso sia ormai chiaro: affrontammo e superammo insieme la sua Paura di non poter Esistere nella Relazione (prima con me, poi nelle sue Relazioni di Vita) nel momento in cui fosse stata presente a sé e all’Altr* anche con le sue gioie e le sue bellezze, non solo con le sue afflizioni.

Tornando al punto ‘e se il/la Paziente mi mente?’, lasciando aperte le interpretazioni e le riflessioni, in sintesi, il mio spunto è: quando davvero capita (e in fondo capita poco), non conta direzionare l’intervento verso la ricerca della verità e nell’obiettivo che il/la Paziente necessariamente smetta di mentirci, conta però che utilizziamo tutte le nostre competenze di Empatia profonda per sintonizzarci con lui/lei su quell’unica frequenza possibile che ci fa sentire che stiamo Ascoltando per davvero, stiamo Comprendendo per davvero, stiamo Accogliendo per davvero, fino in fondo, la Persona. Che poi i contenuti – a volte – sono solo dettagli.

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