LA “PSICOLOGIA REALISTICA” … CHE PRIMA O POI VORRO’ “INVENTARE” …

La Psicologia Realistica (che prima o poi vorrò ‘inventare’, ma che per ora è solo il mio personale bagaglio di principi che mi guidano nello svolgimento della professione) si fonda su alcuni assunti. Ho pensato di schematizzarli qui e condividerli con voi, sperando di far cosa utile:

  • Bisogna rendere a ciascun* la realtà che è in grado di tollerare.

Esempio: durante il tuo percorso da psycho-paziente, ti rendi conto che molte delle tue difficoltà presenti hanno radici nella tua storia familiare; pensi di correre dai tuoi genitori ormai anziani per vomitare loro addosso tutta la tua rabbia antica e finalmente sentirti libero/a. Se la tua psycho sono io, non ti appoggio in questa scelta (almeno finchè non mi convinci – e cioè convinci te stesso/a – che non ci sia alcuna altra maniera per te di liberarti da questa rabbia che ti condiziona). Ti suggerisco invece di riflettere sulle conseguenze reali che il tuo sfogo genererebbe, senza creare nuove vere opportunità per te e per il vostro rapporto: molto probabilmente i tuoi non sarebbero in grado di tollerare tale verità, di comprendere il senso della tua rabbia e quel che serve davvero a te, ormai adulto/a, magari anche genitore; forse i tuoi non possono più cambiare, ma ciò che conta davvero è che comprenda tu come non attuare gli stessi meccanismi, e sentirti libero/a (allora sì) di agire nella vita, per tua scelta. Poi – scusa un attimo – mica ci sono venuti loro dalla psycho! Quindi il lavoro lo puoi fare solo tu. E solo su te stesso/a.

  • Non si può prescindere dalla Realtà.

Qui mi rivolgo ai/alle giovani collegh* psycho: fermo restando l’assunto precedente, laddove il/la Paziente non consideri elementi oggettivi e/o reali nel parlare di sé, o nel valutare situazioni o persone, bisogna trovare il modo più adeguato perché faccia un Esame di Realtà (sto parlando di Persone non deliranti, naturalmente; non apro capitoli in questo post rispetto a Persone con psicosi o altro). Esempio: una Paziente ci racconta che il fidanzato la picchia perché la ama troppo. Dobbiamo assolutamente affermare con autorevolezza – curando ancor più le nostre capacità di accoglienza non giudicante – che la violenza non è amore, e spingerci fino a concordare con lei l’obiettivo a breve termine di chiudere questa relazione (qui non apro nemmeno la grande parentesi su come aiutarla a proteggersi, sul fatto che ad esempio possiamo coordinarci coi centri antiviolenza, ecc. Volevo solo portare un esempio forte, ma facilmente comprensibile, sulla necessità di aiutare la Persona a “non credere a tutto ciò che si racconta”, come da citazione del buon Maestro C. G. Jung).

  • Tutti i bisogni sono reali ma non tutti i bisogni sono realizzabili.

Esempio: una coppia di genitori disperati perché il figlio venticinquenne era dipendente da droghe, mi espresse, come primissima cosa, il bisogno lecito, comprensibile, e più reale che mai, che il figlio non si drogasse più. Erano sinceramente disposti a mettere in discussione tutto di sè purchè avvenisse questo cambiamento in lui. Dovetti avvisarli da subito che l’unico lavoro che potevamo fare insieme (cioè l’obiettivo potenzialmente realizzabile) era di cercare e sviluppare insieme le loro risorse per sostenere questo immenso Dolore. Eventualmente, potevamo cercare insieme anche delle strategie (altro obiettivo potenzialmente realizzabile) per capire come “agganciare il loro figlio”, cioè come accompagnarlo verso un bisogno di cambiamento. Ma perchè questo cambiamento in lui avvenisse, o meglio, perchè questo divenisse obiettivo potenzialmente realizzabile, era necessario che diventasse obiettivo del suo percorso. E non del loro. I loro obiettivi realizzabili li abbiamo detti prima, e vi assicuro che erano altrettanto vitali. Pur comprendendo il loro Dolore, dato che il loro figlio continuò a rimanere nella dipendenza.

  • Non si possono trascurare le esigenze reali.

Esempio: alla fine del primo incontro, lo/la psycho ti propone un appuntamento per la settimana successiva. Tu – peraltro imbarazzatissimo/a – dici che vorresti un appuntamento più in là perché non hai così tanta disponibilità economica da poterti permettere incontri settimanali. Se lo/la psycho ti risponde qualcosa del tipo ‘non sei così motivato/a se non trovi i soldi per il tuo percorso’ …fidati di me, cambia, vai altrove! Non sto dicendo che debba acconsentire alla tua richiesta, ma certamente avrai dei motivi che vanno rispettati e tu devi sentirti capit* e accolt*; poi il modo migliore per procedere insieme si trova, ma appunto le esigenze reali vanno prima di tutto ascoltate, non di certo ignorate.

  • Esistono dei valori morali e le conseguenze nel perderli fanno danni reali.

Un esempio per tutti, breve e conciso: se una Persona mi dice che, per star bene, mette in conto di poter, o voler, fare del male ad altre persone, non posso scadere nel relativismo valoriale e proclamare cose del tipo ‘certo, se lei sta bene, fa bene così, non sta a me dirle di non farlo’. Questo atteggiamento (che – vi garantisco – non è purtroppo così improbabile) è uno dei mali dell’Umanità, è il pericolo maggiore quando si educano sotto quest’insegna ragazzi e ragazze, ma anche quando ci si vanta di aiutare i/le Pazienti da una posizione di neutralità. Badate bene, non mi riferisco alla neutralità non giudicante – senza questa, nessun* sentirà di potersi affidare – ma accuso invece la pretesa di cert* psycho di schierarsi sempre per il non-sì- e-non-no, pur di salvaguardare la propria immagine di imparzialità, pur di tutelare quell’auto-rappresentazione ir-reale e ir-realistica di un Sé simil-divino che concede agli esseri umani il libero arbitrio, cioè regala loro la possibilità di sbagliare. Non sono in grado di parlare di cose di Dio. Riguardo alle cose degli umani (psycho compresi) dico che è quantomeno troppo comodo trincerarsi dietro al non-posso-decidere-per-lei- ha-fatto-ciò-che-si-sentiva. E questo stile nell’esercizio della professione non mi rispecchia. Se svolgo una professione d’aiuto, devo coltivare fortemente il mio Senso Morale (che non è moralismo, ma trovo superfluo spiegare qui le differenze), devo agire nella vita onestamente, ci devo almeno provare, devo tendere a riuscirci…Prendo perciò a prestito una frase del meraviglioso Stefano Benni: ‘bisogna assomigliare alle parole che si dicono…forse non parola per parola, ma insomma…ci siamo capiti’.

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