UNA DELLE NOSTRE FUNZIONI DA PSYCHO: LA “LUCIDITA’ – SUPPLENTE”

Avete presente la bellissima frase di Tommaso Moro: ‘che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, l’intelligenza di saperle riconoscere’? Bene, se non la conoscevate, intanto sono lieta di portarla alla vostra attenzione. Questa frase per me è diventata sempre più negli anni un approccio imprescindibile alla vita, in un allenamento continuo (senza riuscire sempre sempre nella prestazione), ma qui ciò che voglio dirvi è che queste parole racchiudono esattamente la funzione-lucidità che dobbiamo restituire ai/alle nostr* Pazienti. Certamente, quando vengono a chiedere il nostro aiuto, le Persone hanno smarrito momentaneamente questa competenza o non l’hanno mai avuta. Inoltre non è detto che si rendano conto di questa perdita temporanea ed è altamente improbabile che siano consapevoli di non aver eventualmente mai maturato questa capacità. Vi garantisco che, soprattutto nei primi colloqui, sistemare nei cassetti giusti i contenuti che le Persone ci affidano – con molto garbo e gentilezza, chè il materiale è fragile – dà già loro una bella sensazione di alleggerimento. E sin dai primi colloqui la nostra ‘lucidità supplente’ è anche quella che ci permette di chiarire e concordare gli obiettivi del percorso con il/la Paziente.
Un esempio: nonno vedovo che, da mesi, non poteva più vedere la nipotina perché aveva litigato con figlio e nuora, i quali gli avevano detto che poteva riprendere a vedere la bimba se la smetteva di pretendere che andassero tutte le domeniche a pranzo da lui e di arrabbiarsi pesantemente quando non ci andavano; questo nonno arrivò da me con una sua precisa richiesta (‘dottoressa, come faccio a convincerli che è giusto che vengano da me alla domenica?’) e con critiche rigide che impacchettavano il suo Dolore, così che questo Dolore si potesse solo intravedere (‘non vogliono proprio capire che sono vedovo! Che gli frega a loro se la solitudine è una brutta bestia!’). Avergli fatto vedere da subito che non potevo aiutarlo a far cambiare idea a figlio e nuora, e che non avesse senso porsi questo obiettivo (non dipendendo da lui o da me il cambiamento) ma anche, e soprattutto, che avrebbe potuto già ottenere ciò che più gli stava a cuore, cioè riprendere a vedere la nipotina senza impedimenti (se non quelli imposti da lui stesso, che quindi sì che poteva togliere), fu il primo prezioso passo perché questo nonno si levasse un peso; e bastò a questo il primo incontro, era già tutto lì, c’era solo bisogno di rimettere a posto le cose, nelle scatole giuste, insieme (da solo no, la lucidità – per questa specifica situazione della sua vita, non su tutto il resto – veniva meno: c’era bisogno della mia lucidità-supplente) . Nelle tre sedute successive, in cui già era molto più sereno perché aveva messo in pratica da subito quanto detto – dunque aveva ripreso a frequentare la nipote, senza pretendere il pranzo della domenica – riuscimmo a concentrare l’attenzione sul suo Dolore pervasivo, quello che gli offuscava la lucidità, quello che non riusciva a contattare dentro di sé, e a condividere, se non mescolato a rabbie dannose e a frustrazioni. Riuscimmo così a prendercene cura, del suo Dolore: quanta tristezza per non aver potuto invecchiare con sua moglie e quanta solitudine, quanta paura di restare sempre più solo! Man mano che scopriva di poterne parlare con me, si accorgeva di poterne parlare! Fu così che di lì a poco, ne parlò anche con sua nuora (con suo figlio riuscì molto tempo dopo, quando già avevamo terminato da mesi il nostro percorso, e mi scrisse per farmelo sapere, contentissimo): mi raccontò alla quinta seduta che sua nuora si era commossa e gli aveva spiegato che non aveva mai immaginato che lui, così attivo, pieno di amici e di hobby, potesse sentirsi solo. A loro, la richiesta del pranzo domenicale pareva un mero atto abitudinario da cui ritenevano di potersi sottrarre senza ferirlo, se non nell’orgoglio di chi vuole che le cose siano ‘fatte come dice lui’, ma questo aspetto per loro era marginale. Quando ebbero questo confronto pacifico, il mio Paziente sentì sua nuora molto vicina e comprensiva, e accadde persino che ripresero a pranzare tutti insieme alla domenica, non tutte le settimane, ma senza più muri di comunicazione invalicabili e fratture di incomprensioni, per cui potevano ora tranquillamente accordarsi in base ai desideri e alle esigenze reciproche. Dunque persino l’obiettivo che ci eravamo dati come non realizzabile, in quanto non dipendente da noi, era stato raggiunto (in questo caso); ed era accaduto perché, spazzata via la nebbia della confusione e facendo ordine, avevamo liberato la vista per scorgere altri sentieri e perchè, occupandoci (lui ed io) del Dolore di questo nonno, avevamo ricaricato le sue forze per rimettersi, su questi sentieri, in cammino (un po’ da solo, un po’ insieme).

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